Una mummia, i Bee Gees e l’eredità della grande pubblicità pop
So che il 2025 non fa parte delle decadi analizzate da me, dato che mi occupo della pubblicità dai 60 agli 80,ma questo è un caso speciale e vi spiego il perchè.
Durante un normale passaggio pubblicitario televisivo, lo spot dei Rotoloni Regina emerge con una forza inaspettata. In un panorama affollato di comunicazioni spesso intercambiabili — automobili patinate, farmaci rassicuranti, supermercati autoreferenziali — questa pubblicità colpisce per una scelta di campo netta: tornare a parlare il linguaggio della grande pubblicità pop senza indulgere in una nostalgia compiaciuta. È un ritorno allo spirito degli anni Settanta e Ottanta, affrontato con ironia, leggerezza e consapevolezza.
Il claim finale, “Rotoloni Regina non finiscono mai”, pronunciato con una voce che richiama apertamente gli speaker radiofonici degli anni Ottanta, suona come una benedizione laica, semplice e memorabile. Non c’è enfasi superflua né autoincensamento: c’è piuttosto la fiducia in un’idea forte, capace di reggere da sola il racconto.
La scelta creativa più significativa è l’assenza totale di testimonial riconoscibili. Nessun volto famoso, nessun influencer, nessuna celebrità chiamata a prestare credibilità al prodotto. Al loro posto, una mummia completamente fasciata, senza volto, senza identità, fuori dal tempo. Una scelta apparentemente azzardata nel marketing contemporaneo, ma perfettamente coerente con il messaggio: se i Rotoloni Regina non finiscono mai, chi meglio di una mummia può incarnarne la durata?
La mummia attraversa la città sulle note di Stayin’ Alive dei Bee Gees, brano simbolo della disco anni Settanta e colonna sonora indelebile dell’immaginario legato a La febbre del sabato sera. Cammina a ritmo, saluta i passanti, crea piccoli scompigli nel traffico, entra in un supermercato, paga con una moneta egizia vecchia di millenni e se ne va, sempre danzando. La scena è surreale e al tempo stesso chiarissima: la durata del prodotto diventa racconto visivo, non spiegazione didascalica.
Il riferimento agli spot degli anni Ottanta è evidente, ma mai citazionista. Qui non c’è la nostalgia fine a sé stessa, bensì la riattivazione di un metodo: usare ritmo, musica, metafora e sintesi per costruire memoria. La pubblicità non spiega, suggerisce; non dimostra, mostra. È un principio che ha reso memorabile la stagione d’oro della comunicazione televisiva tra anni Settanta e Ottanta, quando lo spot era anche intrattenimento, invenzione e cultura popolare.
La campagna, firmata dall’agenzia Grey e prodotta da Akita Film con la regia di Charley Stadler, si distingue per una messa in scena pulita e controllata, capace di sostenere l’ironia senza scivolare nel grottesco. Tutto è calibrato per lasciare spazio all’idea, che resta il vero motore dello spot.
In un tempo in cui la pubblicità tende spesso a spiegare troppo o a prendersi eccessivamente sul serio, i Rotoloni Regina scelgono una strada diversa: quella dell’intelligenza leggera, del sorriso, del riferimento condiviso. Una pubblicità che danza invece di urlare, che non si autocelebra ma si fa ricordare. Proprio come accadeva quando la pubblicità, tra gli anni Settanta e Ottanta, sapeva essere semplice, popolare e, soprattutto, memorabile.
So che il 2025 non fa parte delle decadi analizzate da me, dato che mi occupo della pubblicità dai 60 agli 80,ma questo è un caso speciale e vi spiego il perchè.
Durante un normale passaggio pubblicitario televisivo, lo spot dei Rotoloni Regina emerge con una forza inaspettata. In un panorama affollato di comunicazioni spesso intercambiabili — automobili patinate, farmaci rassicuranti, supermercati autoreferenziali — questa pubblicità colpisce per una scelta di campo netta: tornare a parlare il linguaggio della grande pubblicità pop senza indulgere in una nostalgia compiaciuta. È un ritorno allo spirito degli anni Settanta e Ottanta, affrontato con ironia, leggerezza e consapevolezza.
Il claim finale, “Rotoloni Regina non finiscono mai”, pronunciato con una voce che richiama apertamente gli speaker radiofonici degli anni Ottanta, suona come una benedizione laica, semplice e memorabile. Non c’è enfasi superflua né autoincensamento: c’è piuttosto la fiducia in un’idea forte, capace di reggere da sola il racconto.
La scelta creativa più significativa è l’assenza totale di testimonial riconoscibili. Nessun volto famoso, nessun influencer, nessuna celebrità chiamata a prestare credibilità al prodotto. Al loro posto, una mummia completamente fasciata, senza volto, senza identità, fuori dal tempo. Una scelta apparentemente azzardata nel marketing contemporaneo, ma perfettamente coerente con il messaggio: se i Rotoloni Regina non finiscono mai, chi meglio di una mummia può incarnarne la durata?
La mummia attraversa la città sulle note di Stayin’ Alive dei Bee Gees, brano simbolo della disco anni Settanta e colonna sonora indelebile dell’immaginario legato a La febbre del sabato sera. Cammina a ritmo, saluta i passanti, crea piccoli scompigli nel traffico, entra in un supermercato, paga con una moneta egizia vecchia di millenni e se ne va, sempre danzando. La scena è surreale e al tempo stesso chiarissima: la durata del prodotto diventa racconto visivo, non spiegazione didascalica.
Il riferimento agli spot degli anni Ottanta è evidente, ma mai citazionista. Qui non c’è la nostalgia fine a sé stessa, bensì la riattivazione di un metodo: usare ritmo, musica, metafora e sintesi per costruire memoria. La pubblicità non spiega, suggerisce; non dimostra, mostra. È un principio che ha reso memorabile la stagione d’oro della comunicazione televisiva tra anni Settanta e Ottanta, quando lo spot era anche intrattenimento, invenzione e cultura popolare.
La campagna, firmata dall’agenzia Grey e prodotta da Akita Film con la regia di Charley Stadler, si distingue per una messa in scena pulita e controllata, capace di sostenere l’ironia senza scivolare nel grottesco. Tutto è calibrato per lasciare spazio all’idea, che resta il vero motore dello spot.
In un tempo in cui la pubblicità tende spesso a spiegare troppo o a prendersi eccessivamente sul serio, i Rotoloni Regina scelgono una strada diversa: quella dell’intelligenza leggera, del sorriso, del riferimento condiviso. Una pubblicità che danza invece di urlare, che non si autocelebra ma si fa ricordare. Proprio come accadeva quando la pubblicità, tra gli anni Settanta e Ottanta, sapeva essere semplice, popolare e, soprattutto, memorabile.

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