Se oggi pensiamo alla Cirio, ci vengono subito in mente pelati, passate, concentrati e conserve. Eppure, tra la fine degli anni Sessanta e per buona parte degli anni Settanta, la storica azienda tentò una sfida decisamente insolita: convincere gli italiani a... bere il pomodoro.
Negli Stati Uniti il tomato juice era già un classico. Servito a colazione, consumato come spuntino salutare o utilizzato come base del celebre cocktail Bloody Mary, il succo di pomodoro era considerato una bevanda nutriente, ricca di vitamine e sali minerali. Per gli americani era normale trovare una lattina di succo di pomodoro accanto a quelle dei succhi d'arancia o di pompelmo.
Cirio pensò che quella tendenza potesse attecchire anche in Italia.
Il lancio
Tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta comparve così il Succo di Pomodoro Cirio, confezionato in eleganti bottigliette di vetro e successivamente anche in pratiche lattine monodose. La comunicazione pubblicitaria insisteva soprattutto sui concetti di salute, leggerezza e naturalezza.
Il prodotto veniva presentato come una bevanda moderna, ricca di vitamine, ideale come aperitivo analcolico, spezza-fame oppure come rinfrescante pausa durante la giornata.
Le campagne pubblicitarie utilizzavano una grafica pulita e rassicurante, tipica della pubblicità alimentare dell'epoca, con fotografie del succo servito in bicchieri trasparenti, spesso accompagnato da sedano, ghiaccio o limone, richiamando volutamente l'immaginario americano.
Un'idea troppo moderna per gli italiani
Il problema non era il prodotto, ma la cultura alimentare.
Per gli italiani il pomodoro aveva già un'identità ben precisa: era l'ingrediente principe della cucina, destinato ai sughi, alla pasta, alla pizza e alle conserve. L'idea di versarlo in un bicchiere sembrava quasi un controsenso.
Mentre negli Stati Uniti il succo di pomodoro veniva consumato abitualmente fin dagli anni Trenta, in Italia mancava completamente questa tradizione.
Persino chi apprezzava il pomodoro fresco faticava ad accettare una bevanda dal sapore così particolare, percepita come "troppo densa", poco dissetante e distante dal concetto di succo di frutta.
Non ci provò soltanto Cirio
Anche altre aziende tentarono di ritagliarsi uno spazio in questo mercato.
Negli anni Settanta comparvero succhi di pomodoro prodotti da diverse industrie conserviere italiane, spesso destinati anche all'esportazione, mentre alcuni marchi internazionali provarono a importare il modello americano.
I risultati furono sempre modesti.
Il consumo rimase limitato soprattutto agli alberghi internazionali, ai bar di lusso, alle compagnie aeree e ai locali dove veniva preparato il Bloody Mary, cocktail che contribuì a mantenere vivo il prodotto senza però trasformarlo in una bevanda di largo consumo.
Una pubblicità che prometteva benessere
Le réclame dell'epoca puntavano molto sull'aspetto salutistico.
Il succo di pomodoro veniva definito naturale, ricco di vitamine, energetico ma leggero, perfetto per chi desiderava mantenersi in forma senza rinunciare al gusto.
Era il periodo in cui iniziavano a diffondersi i concetti di alimentazione equilibrata e benessere, e Cirio cercò di inserirsi proprio in questo filone, anticipando di qualche decennio la moda dei centrifugati e dei succhi "healthy".
L'idea era valida, ma probabilmente arrivò troppo presto per il mercato italiano.
Un piccolo insuccesso diventato un ricordo vintage
Il Succo di Pomodoro Cirio non riuscì mai a entrare davvero nelle abitudini degli italiani e, nel giro di alcuni anni, scomparve dagli scaffali.
Oggi le sue bottigliette, le lattine e le pubblicità sono ricercate dai collezionisti di grafica pubblicitaria e dagli appassionati del vintage alimentare, perché raccontano uno dei tentativi più curiosi dell'industria italiana di importare una moda americana.
È uno di quei prodotti che dimostrano come non bastino una buona idea, una grande azienda e una forte campagna pubblicitaria per cambiare le abitudini alimentari di un Paese.
Il pomodoro ha conquistato il mondo, ma in Italia ha continuato a regnare soprattutto nel piatto. Nel bicchiere, invece, non è mai riuscito a diventare davvero di casa.



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